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Giuseppe Conte sotto assedio: mollato da Di Maio e vescovi, si aggrappa solo all’Europa

Ci fosse uno pronto a rimpiazzarlo, Giuseppe Conte in questo istante starebbe facendo gli scatoloni assieme al suo stratega Rocco Casalino. Nel momento cruciale i due hanno sbagliato tutto lo sbagliabile, nessuno è più disposto a difenderli. Ieri è stato il turno dell’ ex amico Luigi Di Maio.

Allarmato per l’ immagine internazionale del nostro Paese, il ministro degli Esteri ha detto che «serve responsabilità anche nella comunicazione istituzionale». Ce l’ aveva innanzitutto con Conte e Casalino, i primi a gettare benzina su quel fuoco che ora non riescono a spegnere.

Persino i vescovi iniziano a dare segni di sconforto per il loro pupillo di palazzo Chigi: Avvenire, il quotidiano della Cei, invoca il «dovere di arrestare la catena del panico».

Quella che Conte ha alimentato. Quanto agli imprenditori del Nord, erano gelidi nei suoi confronti prima; ora, dopo il disastro combinato col Covid-19, lo spedirebbero volentieri a Wuhan. 

Al momento, però, l’ accordo sul nome di un altro non c’ è. Mario Draghi, evocato dal numero due della Lega Giancarlo Giorgetti come salvatore della patria alla testa di un governo di salute pubblica, non può certo essere bruciato per un esecutivo che promette di durare pochi mesi (e in ogni caso l’ ex presidente della Bce non ci starebbe).

Così Conte resta premier.

Non perché qualcuno lo apprezzi o si fidi di lui, ma per mancanza di alternative. Ciò non vuol dire che il suo posto sia al sicuro: se la situazione peggiora, l’ accordo su un altro nome si trova in un giorno.

E il giurista di Volturara Appula ha poco tempo per evitare l’ abisso.

Anche ieri si è mosso come un pugile suonato. La pretesa di definirsi leader di un «governo unito per la nazione», cioè di non farsi sorpassare da chi propone un vero esecutivo di unità nazionale, è un onanismo dialettico che lascia il tempo che trova, perché non risolve nessuno dei problemi dell’ Italia. Il più grave dei quali è proprio quello che lui ha concorso a creare: non la diffusione del virus, ma il blocco dell’ economia indotto dall’ allarmismo.

I soldi non girano e per fare fatturato migliaia di piccoli imprenditori azzerano i margini di guadagno o lavorano in perdita; per affrontare le spese intaccano i propri patrimoni, mettono ipoteche, s’ indebitano. Tutto pur di evitare la chiusura: sanno che, se mollano adesso, rischiano di non riaprire più.

Per la collettività, il danno è moltiplicato. Se un bar, un ristorante o un albergo chiude, nei conti dello Stato chi lo gestisce passa da voce attiva, in quanto contribuente che devolve una parte consistente dei propri guadagni al fisco e versa all’ Inps le quote per i dipendenti, a passivo netto. Chi lavorava per lui finisce a ingrossare le file dei disoccupati e dei percettori del reddito di cittadinanza. I locali che occupava rischiano di restare sfitti per anni. 

In apnea – Quanto potranno resistere in apnea, questi eroi di tutti i giorni? Poco. Cosa offre loro Conte? Ad oggi, a. Se ne sta chiuso nel bunker, pregando che domani qualcuno dell’ Istituto superiore della Sanità o dell’ Oms annunci che l’ emergenza è finita e la vita può riprendere come prima. Zero idee, nessuna strategia.

Tutto ciò che fanno il presidente del consiglio e il ministro dell’ Economia, Roberto Gualtieri, è affidarsi all’ Unione europea, che tanto per cambiare guarda altrove, come sempre quando gli inguaiati siamo noi. I due ostentano soddisfazione perché Bruxelles, ora che ci siamo presi il virus, non potrà negarci la solita flessibilità, che in realtà è meno di una mancia, trattandosi solo del permesso di spendere soldi in deficit, destinato a diventare debito che noialtri dovremo comunque rimborsare.

Almeno servisse a qualcosa. Autorizzare Conte, Di Maio e Nicola Zingaretti a fare più spesa pubblica – perché questo significa per loro, la “flessibilità” – è come invitarli a nozze: sono ben lieti di aumentare l’ assistenzialismo, ma lo fanno senza risollevare in alcun modo l’ economia, come dimostra il nostro Pil stramazzato al suolo. E dunque Conte, che sperava di approfittare dello spirito di unità nazionale per rinsaldare la propria posizione, scopre all’ improvviso che la sua permanenza a palazzo Chigi dipende da quali rimedi saprà trovare, in fretta, a una crisi che lui stesso ha contribuito a provocare.

Tutto ciò quando il suo governo era pronto a sottoscrivere un aumento dell’ Iva, che a questo punto sarebbe l’ ultimo chiodo sulla bara dei consumi. Ecco, si spera che il virus almeno a una cosa serva: a far capire a Conte e Gualtieri che, se vogliono restare sulle loro poltrone, debbono aiutare le categorie che producono, anziché i afacenti, e togliersi dalla testa idee deliranti come il rincaro dell’ Iva. 

Fonte: Libero Quotidiano

di Fausto Carioti